L’Europa studia un filtro all’americana contro i capitali cinesi

L’Europa vuole vederci chiaro nei flussi di capitali in arrivo dai paesi esterni all’Unione, e dalla Cina in particolare. Ma le iniziative in corso della Commissione europea, secondo quanto emerge da alcuni documenti istituzionali riservati giunti a Palazzo Chigi e che il Foglio ha potuto leggere, sono allo stesso tempo al vaglio dell’esecutivo di Michele Arnese e Marco Valerio Lo Prete
5 AGO 20
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L’Europa vuole vederci chiaro nei flussi di capitali in arrivo dai paesi esterni all’Unione, e dalla Cina in particolare. Ma le iniziative in corso della Commissione europea, secondo quanto emerge da alcuni documenti istituzionali riservati giunti a Palazzo Chigi e che il Foglio ha potuto leggere, sono allo stesso tempo al vaglio dell’esecutivo. Tutto inizia a Bruxelles: in queste ore alcuni membri della Commissione europea, tra i quali il vicepresidente della Commissione Antonio Tajani e il commissario per il Mercato interno Michel Barnier, sono in procinto di inviare una lettera al presidente Josè Manuel Barroso, proponendo di istituire un organismo comunitario che in futuro possa verificare, e nel caso anche bloccare, investimenti extracomunitari considerati “ostili”. In un documento diplomatico riservato contenente un’intesa di massima tra Parigi e Roma, si sostiene che uno degli obiettivi principali è “la salvaguardia della proprietà e della tecnologia delle aziende europee che operano in settori tecnologicamente avanzati”. Nessuna chiusura preconcetta ai capitali extra Ue, si tratta piuttosto di adeguarsi a quanto già avviene “negli Stati Uniti, in Australia, in Canada” o “in Europa in Inghilterra, Germania, Francia etc”, monitorando in particolare gli investimenti in settori strategici.
Proprio in questi giorni, oltreoceano, la commissione sugli Investimenti esteri negli Stati Uniti (Cfius) ha chiesto a Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni presente anche in Italia, di cedere una piccola società a stelle e strisce che il gruppo asiatico aveva acquisito nel maggio scorso. Se Huawei non ottempererà subito alla richiesta, il caso finirà sulla scrivania del presidente Barack Obama. Le motivazioni della Cfius sono tenute segrete, ma non è un mistero il fatto che già in passato – scrive il Wall Street Journal – Huawei abbia incontrato ostacoli negli States per via dei suoi presunti legami con l’esercito dell’ex impero di mezzo.
Secondo alcuni analisti, anche in Europa, a far da detonatore dell’iniziativa dei Commissari Tajani e Barnier, ci sarebbe un caso simile: la tentata acquisizione della società olandese Draka, leader mondiale nel settore dei cavi ad alta tecnologia, da parte della cinese Xinmao. L’opa (offerta di pubblico acquisto) non è riuscita e alla fine a spuntarla è stata un’altra società che fin dall’inizio aveva mostrato interesse, l’italiana Prysmian, leader nel settore. Ma alcune preoccupazioni rimangono.
Molti dubbi, innanzitutto, li ha sollevati la tempistica dell’intervento cinese: Xinmao ha fatto sapere di voler acquisire l’olandese Draka nel novembre 2010, proprio mentre l’italiana Prysmian e Draka annunciavano congiuntamente al pubblico di aver raggiunto un accordo preliminare. Dubbi anche sulle modalità di condurre la partita da parte della società di Pechino: Xinmao è infatti un predatore di taglia troppo piccola rispetto a Draka. Quest’ultima è stata valutata dai cinesi in un miliardo di euro, cifra decisamente alta anche rispetto all’offerta italiana (poi vincente), e comunque pari a tre volte la capitalizzazione di Borsa di Xinmao. Infine, come evidenziato dalla Reuters, “Du Kerong, il presidente di Xinmao, è un ex ufficiale dell’aeronautica cinese, e condivide queste ‘origini militari’ con Ren Zhengfei, fondatore di Huawei”, ovvero lo stesso gruppo di telefonia al quale in queste ore Washington sta cercando di imporre uno stop. Il trasferimento illecito di know how tecnologico a favore delle Forze armate cinesi, o comunque alla volta di entità statali straniere, è uno dei rischi connessi alle acquisizioni di gruppi privati più citati dagli analisti. Senza contare, fa notare al Foglio un ministro italiano che non vuole essere citato, che Bruxelles dovrebbe tener conto anche di un altro aspetto: “All’interno dell’Unione si venera il principio astratto della concorrenza e si combattono gli aiuti di stato illeciti. Ma poi quando entra in gioco una società straniera, pur chiaramente sostenuta dal governo del paese di provenienza, l’Ue è indifesa”.

Un organismo ad hoc per la valutazione dell’operato di gruppi esteri all’interno del mercato unico potrebbe dunque tornare utile
, ma secondo un documento a conoscenza di Palazzo Chigi dovrebbe considerare molti fattori di cui finora non si è abbastanza tenuto conto. Il caso della tentata opa ai danni di Draka, ancora una volta, può fare scuola. Il management del gruppo olandese infatti, pur avendo raggiunto una prima intesa con l’italiana Prysmian, alla fine del 2010 volle comunque approfondire la proposta della cinese Xinmao, consentendo alla società di Pechino l’avvio dell’attività di “due diligence”. Quest’ultimo è un processo che serve a indagare e accertare i contenuti di un’attività di impresa, in modo da consentire al potenziale acquirente una corretta valutazione, in particolar modo di natura economica, dell’attività stessa. In concreto, il management di Xinmao ha potuto visitare nei mesi scorsi alcuni impianti di Draka e ha ovviamente avuto accesso a informazioni sensibili sulle attività del gruppo hi-tech. Tutte informazioni – notano gli analisti – che la società asiatica, in seguito ritiratasi dalla corsa all’acquisizione, potrà comunque tenere per sé. Ecco un altro aspetto degli investimenti extra Ue (anche solo “tentati”) sul quale Bruxelles, probabilmente, dovrà riflettere ancora.
di Michele Arnese e Marco Valerio Lo Prete